RICORDO DI STEPHEN JAY GOULD. BUON COMPLEANNO STEVE
Tra pochi giorni, il 10 settembre, Stephen Jay Gould avrebbe compiuto 85. Dedico alla sua memoria questo mio ricordo come ringraziamento per tutto ciò che Steve ha rappresentato per me.
“Ventiquattro anni senza Gould sono abbastanza”… già troppi per me!
Queste pagine NON vogliono essere una disamina esaustiva dell’immenso contributo che le idee di Stephen Jay Gould hanno avuto nel ridisegnare una teoria generale dell’evoluzione più moderna. Il suo impegno per rafforzare la teoria darwiniana è stato talmente fondamentale che moltissimi scienziati, storici della scienza e filosofi hanno già scritto fiumi di pagine nei più disparati contesti editoriali per raccontarci il suo instancabile lavoro. Voglio raccontarvi, piuttosto, COSA HA SIGNIFICATO PER ME l’incontro con Gould. Incontrai casualmente le sue idee per la prima volta da giovane studente di Biologia all’inizio del mio lavoro per la tesi di laurea, e da quel momento, gettarmi a capofitto nell’impresa di seguire il filo del suo immenso e fecondo pensiero è stata la più entusiasmante sfida intellettuale che io abbia mai avuto, ripagata continuamente da un senso di autentica meraviglia per ognuno dei suoi libri che ho letto. Ecco, queste pagine vogliono essere il MIO PERSONALE RICORDO di Gould, il racconto del mio incontro con questa figura e di come ciò abbia contribuito a plasmarmi come persona nei decenni centrali della mia formazione di uomo e di biologo.
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Non ricordo con precisione il giorno, ma doveva essere giugno o luglio perché ricordo che faceva già piuttosto caldo. Mi trovavo nel laboratorio del piano interrato dell’Istituto di Farmacologia “Egidio Meneghetti” di Padova dove lavoravo alla mia tesi di laurea in biologia. Si godeva un bel fresco anche d’estate e io indossavo una maglietta a mezze maniche sotto il camice aperto. Era a mezze maniche anche Federico, un altro dei ragazzi che lavorava lì nello stesso seminterrato ma presso un altro laboratorio, lui però già laureato e nel pieno del suo periodo di dottorato. Ricordo con precisione quella mattina quando ci incrociammo nel corridoio camminando un po’ di fretta. Io avevo il secchiello del ghiaccio in mano per iniziare la mia giornata di lavoro e dopo le classiche parole “Ehilà, ciao… come stai? Che fai oggi?” ecc. ci siamo salutati e stavamo andando ognuno per la propria strada quando Federico all’improvviso si girò e mi disse: “Ah, se vuoi ho appena letto un libro molto carino, secondo me a te può piacere. È su argomenti di biologia evolutiva…. l’autore è un certo Gould…. bello, anche se lui secondo me è un po’ troppo forte nelle sue affermazioni. Se vuoi te lo presto”. Gli risposi, ovviamente, che mi sarebbe piaciuto leggerlo e dopo qualche giorno me lo portò in laboratorio. Era inizio estate del 1991 e quella fu la prima volta che mi imbattei in Stephen Jay Gould. Il libro era “Wonderful life. The Burgess Shale and the Nature of History” (trad. it.”La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia”).
Rimasi folgorato!!
Decisi immediatamente che dovevo averlo, ma non essendo più disponibile in quel momento nelle librerie, lo cercai nella biblioteca della mia facoltà. Qualche settimana dopo ne avevo una copia rilegata ottenuta con una lunga serie di fotocopie clandestine dal libro della biblioteca, copia che possiedo ancora oggi. Da quel giorno non ho più smesso di leggere ogni cosa che riuscivo a trovare di Gould! Intervallavo la lettura di qualche raccolta dei suoi saggi a uno dei suoi libri monografici tra i quali, alcuni anni dopo la versione fotocopiata, proprio il libro che me lo fece conoscere, “La vita meravigliosa” che riuscii a trovare e rilessi. Non so perché decisi di rileggerlo, ma ricordo che avere in mano il libro vero e proprio mi trasmise una sensazione di autentico privilegio per averlo trovato e sentii che dovevo rileggerlo quasi per una forma di rispetto nei suoi confronti per aver letto la prima volta “cartaccia” di fotocopie. Così facendo, senza rendermene conto e senza poterlo prevedere, diedi inizio proprio con questo libro a ciò che in seguito presi l’abitudine di fare sempre, cioè rileggere ad una certa distanza di tempo TUTTA la sua produzione scientifica perché quella prima volta scoprii che al mio cervello accadeva una cosa davvero eccitante! Sono uno di quelli che riduce i libri (anche quelli universitari) in uno stato pietoso: tantissime sottolineature, annotazioni a bordo pagina, asterischi, frecce e richiami. Ogni pagina finisce per diventare una mappa del mio modo di leggere e di pensare. Un metodo un po’ bizzarro, si potrebbe pensare, ma certamente utile. Peccato che, nonostante queste numerosissime chiose che potrebbero rendere noiosa la rilettura di un testo nel quale non ti puoi aspettare più alcuna sorpresa, mi accadeva esattamente il contrario! Qualcosa mi spingeva a rileggere con una speciale attenzione proprio quelle pagine che saltavano all’occhio perché risultavano intonse o poco evidenziate. E puntualmente vi trovavo sempre qualcosa di sorprendente, un suo pensiero stimolante che nella prima lettura non aveva attirato la mia attenzione! Ecco, questo è uno dei tanti piccoli “effetti collaterali” che l’incontro con Gould ha avuto su di me e ancora oggi questo modo di fare mi è rimasto per qualunque cosa io legga.
Man mano che mi immergevo nelle sue opere sentivo che moltissime delle caratteristiche che trovavo così compiutamente espresse in Gould e che ammiravo erano presenti dentro di me come inclinazioni che aspettavano solo il modo ed il momento di esprimersi. Questo costante confronto con le sue idee mi permise, anzitutto, di maturare in modo completo la mia prima e fondamentale riflessione da aspirante biologo che si stava interrogando sul mondo che lo circonda: la strada più proficua per leggere la natura ed imparare da essa non è quella dei facili riduzionismi né quella delle giustificazioni di comodo, ma quella più irta che porta ad ammirare la sua irriducibile complessità, accettare la sua imprevedibilità e godere, infine, della bellezza della sua sorprendente diversità. Arrivai, così, a cogliere fino in fondo l’impatto dell’idea gouldiana di contingenza: l'evoluzione non ha un fine prestabilito, e l'essere umano è tutt’altro che il culmine necessario della natura, ma solamente un piccolo ramoscello contingente in un cespuglio evolutivo incredibilmente ramificato. Ammetto che mentre mi trovavo immerso in queste riflessioni leggendo le pagine di Gould, mi sorpresi a provare come un senso di profonda liberazione per aver trovato in questa visione della vita una forza straordinaria. Fu allora che mi venne spontaneo chiedermi perché una conclusione che a me appariva tanto semplice e, soprattutto, così liberatoria, fosse invece tanto difficile da accettare per la nostra specie. La risposta mi sembrò quasi disarmante: accettare davvero fino in fondo la contingenza gouldiana significava mettere in discussione l’idea che fossimo qualcosa di speciale, il punto verso cui necessariamente tendeva la storia della vita. Significava fare i conti con una forma di arroganza profondamente radicata nel nostro modo di concepirci e riconoscerci finalmente per quello che siamo: quel piccolo ramoscello contingente di un cespuglio evolutivo immensamente più grande di noi.
Prima di Gould non avevo mai riflettuto su queste cose in maniera così profonda!
Ogni nuova lettura era come raggiungere una vetta più alta della precedente che si spostava sempre più in alto alla lettura successiva. Avevo letto le prime tre o quattro raccolte di saggi e mi decisi a leggere un altro dei suoi libri monografici, “La freccia del tempo, il ciclo del tempo: mito e metafora del tempo profondo in geologia”. Dopo poche pagine fu semplicemente “Wow… È pazzesco!!”. Ebbi la precisa sensazione di esser riuscito a capire profondamente la geologia quando fino a quel momento era qualcosa di molto lontano da me. Ma più ancora, imparai da questo libro un’altra lezione fondamentale sulla presunta oggettività della scienza e di coloro che la praticano: nella scienza non tutto è sempre come appare! Mentre leggevo i vari capitoli del libro, mi resi conto che un argomento così lontano dai miei interessi principali stava diventando come un romanzo d’avventura carico di suspense dove i protagonisti avevano ingaggiato uno scontro mortale tra generazioni! Pagina dopo pagina, percepivo che qualcosa stava accadendo. Pur non conoscendo gli argomenti, mi sentivo come preso per mano e guidato in modo magistrale in quel labirinto di teorie contrastanti finché arrivai a capire nitidamente che tutto lo scontro si giocava sul palcoscenico del più classico degli errori: le storie dei progressi della scienza vengono sempre raccontate nel classico modo che perpetua quella narrazione manichea dove ci sono gli scienziati dei decenni o secoli passati, con buone intuizioni ma inevitabilmente erronei in quanto ancora arretrati, contrapposti ai loro colleghi più moderni necessariamente illuminati in quanto dotati di maggior rigore scientifico e perciò sempre nel giusto. Gould squarcia questa narrazione di comodo e, attingendo in modo emblematico al suo talento narrativo migliore, ci mostra perché non si debba mai rinunciare ad una lettura integrale e senza pregiudizi delle opere dei vari protagonisti unita a un’analisi della dimensione umana e psicologica di uno scienziato. Scoprii, così, che la figura del vecchio geologo da sempre liquidato come autore di teorie arretrate e poco scientifiche si rivelò essere molto più rigorosa del collega più moderno, per tutti il vero eroe fautore della visione corretta della geologia! La sorpresa che ebbi nell’apprendere questa storia, ma soprattutto il modo in cui Gould riuscì a raccontare questa epica battaglia, mi provocarono una sensazione indescrivibile, quasi uno stato di eccitazione per aver appreso una tale scoperta!
Dopo che ebbi letto alcune altre raccolte di saggi, iniziai a rivolgere il mio pensiero al suo “Ontogenesi e Filogenesi”. Per lungo tempo l’argomento non mi aveva mai attirato particolarmente: lo avevo sempre immaginato ostico, quasi troppo da specialisti e forse anche un po’ noioso rispetto all’incredibile fascino che avevano avuto su di me fino a quel momento tutti i suoi saggi e, più ancora, i primi due libri che avevo letto. Avevo quindi rinviato il momento per leggerlo aspettando l’ispirazione giusta. Capii che era arrivata quando un giorno, ripensando a quel libro, fui improvvisamente attraversato da un desiderio irrefrenabile di leggerlo. Mi aveva scosso un pensiero tanto banale quanto potente: e se Gould fosse stato capace di riservarmi una sorpresa anche su questo argomento? Come sarà riuscito a trattarlo? Avrà fatto un’altra delle sue magie narrative? Sentii che lui non poteva aver tradito la mia fiducia…. E fu un’ennesima rivelazione! Avevo studiato quegli argomenti all’università ma pareva che fino a quel momento non avessi capito nulla del mondo pazzesco che si celava dietro quell’aspra diatriba scientifica finché non fu Gould ad illuminarla con la sua genialità! Ogni volta le stesse emozioni che mi scuotevano come un’epifania! Arrivai, così, fino all’ultima raccolta di saggi della quale Gould curò l’edizione quando era già nuovamente malato (“I Have landed”), e fu ancora una volta una sorpresa commovente! Non sapevo, però, che l’apoteosi dovesse ancora arrivare. Ebbi l’occasione di sperimentarla quando mi infortunai un ginocchio (a posteriori ho pensato che sia stata una benedizione!!!) e dopo l’operazione rimasi in malattia per un mese…. a casa un mese intero…. e avevo da poco comprato “La struttura della teoria dell’Evoluzione”, l’opera che tutti hanno definito la sua “mostrografia”, il suo gigantesco testamento scientifico sulle sue idee sull’Evoluzione, 1700 pagine di Gould a tutto campo. Fino a quel momento non avevo ancora avuto il coraggio di affrontare il libro ma era arrivato il momento… Va beh, inutile dirlo, l’ho letto compulsivamente e divorato. Mi sentivo come un fiume in piena e riempii le pagine di annotazioni. Capitolo dopo capitolo, accumulai anche decine di fogli a parte di appunti e riflessioni. L’ho riletto a pezzi più volte di ogni altra sua opera, in alcuni momenti l’ho ripreso in mano anche solo per pochi giorni per il gusto di averlo sulle ginocchia e rileggere le sue parole capaci di ispirarmi sempre qualcosa… e sì, l’ho portato con me in alcuni anni come libro di vacanza… (ma si può?!).
Senza trasformare queste pagine in un mero elenco di tutte le sue opere, voglio piuttosto cercare di svelarvi lo stupore che ognuna di esse mi ha suscitato nell’arco di tutti i decenni che le ho lette. Chi altro, meglio di lui, poteva riuscire a tenere legati in una trama così feconda il suo tumore che lo stava uccidendo con considerazioni sul suo sport preferito, il baseball, traendone delle preziosissime riflessioni sul modo di funzionare dell’evoluzione e sui classici errori che si fanno quando la si fraintende banalizzandola? Eppure, su questo argomento ne ha fatto un altro libro meraviglioso! E che dire di quando decise di intervenire in modo diretto senza nascondersi sulla vessata quaestio del rapporto tra religione e scienza? Una moltitudine di scienziati l’aveva già fatto, ciascuno dando sfoggio delle sue più argute considerazioni, ma nessuno mai era riuscito a farlo con quella maestria, con quella stimolante pienezza e originalità!! Ed ecco un altro meraviglioso libro…
Questo era Stephen Jay Gould. Lui aveva una qualità rarissima: riusciva sempre a tenere insieme rigore scientifico, profondità storica, onestà intellettuale e una rara forma di compassione umana. Non spiegava solo l’evoluzione al suo vasto pubblico, per la maggior parte composto da persone “non addette ai lavori” (questo era proprio il suo più grande orgoglio!!), ma insegnava piuttosto come pensare. Il monito era di non fermarsi mai alle prime convinzioni, di andare oltre ed esplorare, ad esempio, l’immenso valore euristico dell’errore nella scienza o il peso della storia nella produzione delle idee. A distanza di quasi due decenni dal mio primo incontro con Gould ero arrivato al punto di aver letto praticamente tutto quello che era disponibile e rintracciabile in italiano, compresa appunto la lettura completa e ripetuta della sua “mostrografia”, così decisi di cercare in rete se ci fosse qualcos’altro che non conoscevo. Scoprii “Pikaia”, un sito online dedicato all’evoluzione il cui nome era ispirato proprio dalla straordinaria frase finale del libro di Gould che cambiò per sempre il mio pensiero, “La Vita meravigliosa”. Pensai immediatamente che non potesse essere una coincidenza e scrissi nella posta dedicata ai lettori se qualcuno avesse altre cose contenenti scritti di Gould diversi da tutte le raccolte di saggi e libri più noti. Una lettrice mi rispose che aveva una collezione di vecchi numeri della rivista “Airone” dove ricordava ci fossero ospitati numerosi articoli di Gould e me li regalò! Che dire…. era sempre lui, il solito meraviglioso e spumeggiante Gould che anche in quelle sedi “minori” era sempre altrettanto raffinato come nei suoi grandi libri, perché per lui la divulgazione non doveva e non poteva mai diventare sterile semplificazione, ma sempre responsabilità morale.
Vorrei terminare questa mia dedica alla sua memoria ricordando i due aspetti a mio avviso forse più sorprendenti della sua vita di uomo e di scienziato che più di altri hanno fatto vibrare le mie corde più profonde lasciando in me un segno indelebile. Sono due aspetti che mi hanno sorpreso più di tutte le altre tematiche da lui trattate perché lontani dalle sue specifiche materie di competenza, e proprio per questo più sorprendenti. Il primo aspetto riguarda il Gould impegnato socialmente. Egli non è mai stato un “politico” nel senso più deteriore e ideologico del termine, ma si è sempre sentito profondamente coinvolto nelle vicende della società in cui viveva con il forte senso civico di chi sente di dover fare la propria parte. Ecco perché non poteva che essere sua la più straordinaria e convincente discesa in campo per difendere la biologia come disciplina troppo spesso strumentalizzata e piegata da interessi politici personalistici per legittimare il potere. “Intelligenza e pregiudizio” non è solo uno dei suoi tanti libri monografici dedicati interamente ad un singolo argomento, ma è il più potente strumento scientifico di critica che io abbia mai letto, capace di demolire e smontare completamente qualunque presunto valore scientifico dei concetti sul razzismo biologico e l’innatismo. La forza di quel libro non stava solo nell’essere riuscito a far capire ai lettori in modo straordinariamente semplice ma profondo che l’errore più grande che si possa fare sarebbe quello di considerare quelle idee potenzialmente sensate solo nel periodo storico del passato nel quale sono nate perché, in realtà, erano comunque fattualmente sbagliate. Gould va anche oltre, ci illumina come solo lui ha saputo fare perché scava prima di tutto nella dimensione psicologica di tutti i personaggi esaminati nel libro riuscendo, poi, a fondere magistralmente questa dimensione che lui riteneva sempre fondamentale (amava ripetere che nessuno scienziato è scienziato e basta, siamo tutti prima uomini) con l’analisi puntuale dei loro dati scientifici, dimostrando quanto e come essi furono influenzati da convinzioni a priori e forti pregiudizi. Solo così capiamo perché queste idee sono state volute, a quali bisogni volevano rispondere, perché seducano ancora così tanto e, infine, perché a volte ritornino ciclicamente. Lessi questo libro quando ero già più adulto rispetto alle prime letture da studente universitario e l’incontro con quel testo fu non solo la svolta che stavo cercando su questo argomento ma anche la cosa interiormente più toccante che mi sia mai capitata leggendo un libro. Ricordo che mentre lo leggevo una voce dentro di me mi diceva: “Ecco….è questo quello che cercavo! È questa storia così raccontata e questa analisi così unica che mi mancava!” Ma il Gould forse più inatteso, e per questo ancor più ammirevole, emerge nell’altra sua grande battaglia civile, quella contro il cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Nel 1981 lo Stato dell’Arkansas approvò, quasi in sordina, una legge che imponeva alle scuole dello Stato di dedicare nei programmi didattici un trattamento equo all’insegnamento della teoria dell’evoluzione assieme a quella del cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Dietro le quinte di questa iniziativa si celava un gruppo di aderenti a un’organizzazione religiosa della California che usava argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di dimostrare letteralmente il racconto biblico della Genesi. Contro questa legge fu intentata una causa grazie all’American Civil Liberties Union (un’organizzazione americana per la difesa dei diritti civili che organizzò la difesa) che riunì un gruppo straordinariamente eterogeneo di ricorrenti, tra i quali genitori, insegnanti, membri di numerose altre confessioni religiose e alcuni scienziati di varie discipline. Tra questi fu chiamato a testimoniare in qualità di esperto di evoluzione Stephen Jay Gould. Lui non delegò ad altri il compito al quale era stato chiamato e andò in tribunale. La sua testimonianza fu strategicamente fondamentale perché riuscì a demolire la credibilità del creazionismo scientifico dimostrando che i suoi membri stavano usando una retorica ingannevole. Per farlo, Gould usò come argomentazioni alcuni dei suoi cavalli di battaglia già tante volte espressi nei suoi saggi e libri e lo fece senza arroganza, trattando gli avversari come cittadini eventualmente da convincere, non come nemici da attaccare e schiacciare. Lo fece con una chiarezza e semplicità disarmante, senza inutili tecnicismi per farsi comprendere dal giudice federale che doveva decidere sulla causa e che, alla fine del processo, dichiarò quella legge incostituzionale. In entrambi questi due ultimi esempi particolari, Gould ci insegna in modo magistrale che la scienza non deve essere usata né per giustificare presunte disuguaglianze tra le persone utili a cercare scorciatoie morali per giustificare certe azioni, né per avallare ed imporre dogmi per i propri interessi! Ecco perché l’ho amato e lo amo in modo così viscerale: perché lui personifica ciò che io avevo sempre voluto diventare; perché Gould si espose, perché rischiò, perché decise di perdere tempo e forse anche prestigio e serenità per qualcosa che in fin dei conti non gli serviva ma che riteneva giusto! Sono riuscito a trovare in rete la trascrizione del verbale di quel famoso processo e sono riuscito a leggere l’intera testimonianza originale che Gould rese in tribunale: un colpo di vero genio!
Si poteva respirare la bellezza dei suoi pensieri.
Non voglio aggiungere altro se non un’ultima riflessione a compendio intellettuale ed interiore del mio percorso lungo il sentiero di Gould. Credo che Steve rappresenti uno dei rarissimi esempi di coesistenza di eclettismo ed erudizione. Il suo eclettismo gli ha donato la capacità di muoversi con naturalezza tra discipline ed interessi diversi riuscendo sempre a cogliere collegamenti che nessun altro riusciva a vedere. Era eclettico non tanto e non semplicemente per i molti interessi che aveva ma più profondamente nel modo di ragionare. Ogni saggio o libro che parta da una partita di baseball, da un’opera di Mozart, da una caratteristica architettonica di una basilica, da un quadro fiammingo, da un’opera letteraria o da un fatto politico porta sempre il lettore, senza che se ne accorga, a discutere di profondi concetti di evoluzione, di contingenza, di selezione naturale o di storia della biologia. L’unicità del suo eclettismo era questa: non una semplice varietà di interessi ma la capacità affascinante di costruire inaspettati ponti concettuali! Ma Gould era senz’altro anche un erudito. Ce ne accorgiamo quando realizziamo che i suoi ponti concettuali non sono intuizioni improvvisate. Qualunque riferimento bibliografico non solo a tutti i personaggi più importanti delle sue discipline, ma anche a tutte le figure apparentemente minori o del passato anche al di fuori dei suoi ambiti specialistici (come potevano essere un Leonardo da Vinci o le centinaia di altri personaggi di ogni campo del sapere che sfilano nei suoi saggi) era sostenuto da una documentazione impressionante. Gould non solo verificava personalmente tutte le citazioni e i dettagli ma, cosa che più di ogni altra sua caratteristica mi impressionò lasciandomi un marchio indelebile, cercava sempre tutte le fonti nell’originale e molto spesso, laddove riusciva con il suo non trascurabile plurilinguismo, le leggeva nella lingua originaria dell’autore per avere la certezza di cogliere dalle sfumature dei termini la vera essenza dei loro ragionamenti!! Questa vastissima ed approfondita conoscenza che lo annovera di diritto tra gli uomini più eruditi del suo tempo era il risultato della quintessenza di ciò che in piccolo sentivo essere la voce più forte dentro me: il desiderio insaziabile di conoscenza che scaturiva da una curiosità indomabile. Ne emerge un uomo che aveva nell’eclettismo il suo modo più naturale di pensare e collegare i fatti più disparati, e nell’erudizione il fondamento rigoroso del suo metodo. Moltissimi altri scienziati sono stati prevalentemente o eruditi o eclettici ma nessuno, a mio avviso, era mai riuscito a fondere assieme entrambi questi aspetti espressi a livelli così eccelsi. Questa fusione ha dato vita in lui a quella dimensione che lui stesso dichiara essere sempre stata la sua vera diversità e che invita tutti i suoi lettori a ricercare. È un concetto ormai quasi scomparso ai nostri tempi, citato solo nei libri di scuola ma che si è reificato in lui: l’umanesimo rinascimentale. Ecco, Gould è stato forse l’ultimo dei grandi umanisti che la storia ci abbia regalato e proprio per questo, per questa sua infinita ed affascinante ricchezza non l’ho mai considerato solo un mio idolo, ma il mio maestro giacché un idolo banalmente si ammira e si imita; un maestro, al contrario, ti cambia il modo di guardare la realtà.
Ora, davvero un ultimo ricordo. Qualche anno fa mi capitò di fare un’ultima scoperta che mi emozionò profondamente. Cercando ancora una volta in rete qualcosa che non conoscessi di Gould, scoprii che in numerose università italiane erano state dedicate all’impatto della sua vastissima opera scientifica tesi di laurea non solo nei suoi campi di competenza della paleontologia, antropologia o biologia, ma persino in discipline come la filosofia, la linguistica e le scienze cognitive. Rimasi colpito non tanto dal loro numero, quanto dal fatto che discipline così diverse tra loro riconoscessero in lui un reale punto d’incontro fecondo. Questa è la concreta dimostrazione che la sua opera è stata effettivamente capace di abbracciare il sapere umano in tutta la sua ricchezza e diversità.
Non riesco ad immaginare un tributo più grande a Gould!
Confesso che provai persino un piccolo rimpianto leggendo quelle tesi. Immaginai, con un certo rammarico, quanto mi sarebbe piaciuto poter riavvolgere il nastro della mia vita per incontrare Gould prima, quando ero ancora all’inizio dei miei studi, e poter scegliere un percorso universitario nell’ambito della biologia evolutiva anziché della farmacologia. Avrei avuto così la duplice possibilità di arrivare alla laurea dopo aver letto tutte le sue opere e anche con un percorso di studi che mi avrebbe consentito di coronare il mio sogno: scrivere anch’io la mia tesi di laurea su Stephen Jay Gould. Poi mi sorpresi a sorridere pensando gouldianamente che non aveva senso desiderare di riavvolgere il nastro della mia vita per avere un inizio diverso, perché se avessi iniziato tutto da capo in modo diverso non avrei mai vissuto quello che sarebbe diventato il mio punto di svolta contingente: l’incontro con Federico in quel corridoio dell’Istituto Meneghetti.
Tutto ciò che io sono diventato, prima di tutto come persona e poi anche come scienziato (per quel poco che il corso della mia vita lavorativa dopo l’università abbia richiesto questa competenza), tutto ciò che ha alimentato la mia insaziabile curiosità quando ancora non sapevo di averla, il desiderio stesso di trovare una mia forma di eclettismo e la mia fortissima spinta ad affrontare il sapere in modo meticoloso, insomma, IO… il mio io di oggi è il risultato della mia contingenza, di quel mio primo incontro con Gould che, come una miccia, ha innescato la mia trasformazione e fatto esplodere tutto il resto.
Grazie di cuore Steve per aver reso la mia giovinezza una VITA MERAVIGLIOSA!!
“Ventiquattro anni senza Gould sono abbastanza”… già troppi per me!
Queste pagine NON vogliono essere una disamina esaustiva dell’immenso contributo che le idee di Stephen Jay Gould hanno avuto nel ridisegnare una teoria generale dell’evoluzione più moderna. Il suo impegno per rafforzare la teoria darwiniana è stato talmente fondamentale che moltissimi scienziati, storici della scienza e filosofi hanno già scritto fiumi di pagine nei più disparati contesti editoriali per raccontarci il suo instancabile lavoro. Voglio raccontarvi, piuttosto, COSA HA SIGNIFICATO PER ME l’incontro con Gould. Incontrai casualmente le sue idee per la prima volta da giovane studente di Biologia all’inizio del mio lavoro per la tesi di laurea, e da quel momento, gettarmi a capofitto nell’impresa di seguire il filo del suo immenso e fecondo pensiero è stata la più entusiasmante sfida intellettuale che io abbia mai avuto, ripagata continuamente da un senso di autentica meraviglia per ognuno dei suoi libri che ho letto. Ecco, queste pagine vogliono essere il MIO PERSONALE RICORDO di Gould, il racconto del mio incontro con questa figura e di come ciò abbia contribuito a plasmarmi come persona nei decenni centrali della mia formazione di uomo e di biologo.
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Non ricordo con precisione il giorno, ma doveva essere giugno o luglio perché ricordo che faceva già piuttosto caldo. Mi trovavo nel laboratorio del piano interrato dell’Istituto di Farmacologia “Egidio Meneghetti” di Padova dove lavoravo alla mia tesi di laurea in biologia. Si godeva un bel fresco anche d’estate e io indossavo una maglietta a mezze maniche sotto il camice aperto. Era a mezze maniche anche Federico, un altro dei ragazzi che lavorava lì nello stesso seminterrato ma presso un altro laboratorio, lui però già laureato e nel pieno del suo periodo di dottorato. Ricordo con precisione quella mattina quando ci incrociammo nel corridoio camminando un po’ di fretta. Io avevo il secchiello del ghiaccio in mano per iniziare la mia giornata di lavoro e dopo le classiche parole “Ehilà, ciao… come stai? Che fai oggi?” ecc. ci siamo salutati e stavamo andando ognuno per la propria strada quando Federico all’improvviso si girò e mi disse: “Ah, se vuoi ho appena letto un libro molto carino, secondo me a te può piacere. È su argomenti di biologia evolutiva…. l’autore è un certo Gould…. bello, anche se lui secondo me è un po’ troppo forte nelle sue affermazioni. Se vuoi te lo presto”. Gli risposi, ovviamente, che mi sarebbe piaciuto leggerlo e dopo qualche giorno me lo portò in laboratorio. Era inizio estate del 1991 e quella fu la prima volta che mi imbattei in Stephen Jay Gould. Il libro era “Wonderful life. The Burgess Shale and the Nature of History” (trad. it.”La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia”).
Rimasi folgorato!!
Decisi immediatamente che dovevo averlo, ma non essendo più disponibile in quel momento nelle librerie, lo cercai nella biblioteca della mia facoltà. Qualche settimana dopo ne avevo una copia rilegata ottenuta con una lunga serie di fotocopie clandestine dal libro della biblioteca, copia che possiedo ancora oggi. Da quel giorno non ho più smesso di leggere ogni cosa che riuscivo a trovare di Gould! Intervallavo la lettura di qualche raccolta dei suoi saggi a uno dei suoi libri monografici tra i quali, alcuni anni dopo la versione fotocopiata, proprio il libro che me lo fece conoscere, “La vita meravigliosa” che riuscii a trovare e rilessi. Non so perché decisi di rileggerlo, ma ricordo che avere in mano il libro vero e proprio mi trasmise una sensazione di autentico privilegio per averlo trovato e sentii che dovevo rileggerlo quasi per una forma di rispetto nei suoi confronti per aver letto la prima volta “cartaccia” di fotocopie. Così facendo, senza rendermene conto e senza poterlo prevedere, diedi inizio proprio con questo libro a ciò che in seguito presi l’abitudine di fare sempre, cioè rileggere ad una certa distanza di tempo TUTTA la sua produzione scientifica perché quella prima volta scoprii che al mio cervello accadeva una cosa davvero eccitante! Sono uno di quelli che riduce i libri (anche quelli universitari) in uno stato pietoso: tantissime sottolineature, annotazioni a bordo pagina, asterischi, frecce e richiami. Ogni pagina finisce per diventare una mappa del mio modo di leggere e di pensare. Un metodo un po’ bizzarro, si potrebbe pensare, ma certamente utile. Peccato che, nonostante queste numerosissime chiose che potrebbero rendere noiosa la rilettura di un testo nel quale non ti puoi aspettare più alcuna sorpresa, mi accadeva esattamente il contrario! Qualcosa mi spingeva a rileggere con una speciale attenzione proprio quelle pagine che saltavano all’occhio perché risultavano intonse o poco evidenziate. E puntualmente vi trovavo sempre qualcosa di sorprendente, un suo pensiero stimolante che nella prima lettura non aveva attirato la mia attenzione! Ecco, questo è uno dei tanti piccoli “effetti collaterali” che l’incontro con Gould ha avuto su di me e ancora oggi questo modo di fare mi è rimasto per qualunque cosa io legga.
Man mano che mi immergevo nelle sue opere sentivo che moltissime delle caratteristiche che trovavo così compiutamente espresse in Gould e che ammiravo erano presenti dentro di me come inclinazioni che aspettavano solo il modo ed il momento di esprimersi. Questo costante confronto con le sue idee mi permise, anzitutto, di maturare in modo completo la mia prima e fondamentale riflessione da aspirante biologo che si stava interrogando sul mondo che lo circonda: la strada più proficua per leggere la natura ed imparare da essa non è quella dei facili riduzionismi né quella delle giustificazioni di comodo, ma quella più irta che porta ad ammirare la sua irriducibile complessità, accettare la sua imprevedibilità e godere, infine, della bellezza della sua sorprendente diversità. Arrivai, così, a cogliere fino in fondo l’impatto dell’idea gouldiana di contingenza: l'evoluzione non ha un fine prestabilito, e l'essere umano è tutt’altro che il culmine necessario della natura, ma solamente un piccolo ramoscello contingente in un cespuglio evolutivo incredibilmente ramificato. Ammetto che mentre mi trovavo immerso in queste riflessioni leggendo le pagine di Gould, mi sorpresi a provare come un senso di profonda liberazione per aver trovato in questa visione della vita una forza straordinaria. Fu allora che mi venne spontaneo chiedermi perché una conclusione che a me appariva tanto semplice e, soprattutto, così liberatoria, fosse invece tanto difficile da accettare per la nostra specie. La risposta mi sembrò quasi disarmante: accettare davvero fino in fondo la contingenza gouldiana significava mettere in discussione l’idea che fossimo qualcosa di speciale, il punto verso cui necessariamente tendeva la storia della vita. Significava fare i conti con una forma di arroganza profondamente radicata nel nostro modo di concepirci e riconoscerci finalmente per quello che siamo: quel piccolo ramoscello contingente di un cespuglio evolutivo immensamente più grande di noi.
Prima di Gould non avevo mai riflettuto su queste cose in maniera così profonda!
Ogni nuova lettura era come raggiungere una vetta più alta della precedente che si spostava sempre più in alto alla lettura successiva. Avevo letto le prime tre o quattro raccolte di saggi e mi decisi a leggere un altro dei suoi libri monografici, “La freccia del tempo, il ciclo del tempo: mito e metafora del tempo profondo in geologia”. Dopo poche pagine fu semplicemente “Wow… È pazzesco!!”. Ebbi la precisa sensazione di esser riuscito a capire profondamente la geologia quando fino a quel momento era qualcosa di molto lontano da me. Ma più ancora, imparai da questo libro un’altra lezione fondamentale sulla presunta oggettività della scienza e di coloro che la praticano: nella scienza non tutto è sempre come appare! Mentre leggevo i vari capitoli del libro, mi resi conto che un argomento così lontano dai miei interessi principali stava diventando come un romanzo d’avventura carico di suspense dove i protagonisti avevano ingaggiato uno scontro mortale tra generazioni! Pagina dopo pagina, percepivo che qualcosa stava accadendo. Pur non conoscendo gli argomenti, mi sentivo come preso per mano e guidato in modo magistrale in quel labirinto di teorie contrastanti finché arrivai a capire nitidamente che tutto lo scontro si giocava sul palcoscenico del più classico degli errori: le storie dei progressi della scienza vengono sempre raccontate nel classico modo che perpetua quella narrazione manichea dove ci sono gli scienziati dei decenni o secoli passati, con buone intuizioni ma inevitabilmente erronei in quanto ancora arretrati, contrapposti ai loro colleghi più moderni necessariamente illuminati in quanto dotati di maggior rigore scientifico e perciò sempre nel giusto. Gould squarcia questa narrazione di comodo e, attingendo in modo emblematico al suo talento narrativo migliore, ci mostra perché non si debba mai rinunciare ad una lettura integrale e senza pregiudizi delle opere dei vari protagonisti unita a un’analisi della dimensione umana e psicologica di uno scienziato. Scoprii, così, che la figura del vecchio geologo da sempre liquidato come autore di teorie arretrate e poco scientifiche si rivelò essere molto più rigorosa del collega più moderno, per tutti il vero eroe fautore della visione corretta della geologia! La sorpresa che ebbi nell’apprendere questa storia, ma soprattutto il modo in cui Gould riuscì a raccontare questa epica battaglia, mi provocarono una sensazione indescrivibile, quasi uno stato di eccitazione per aver appreso una tale scoperta!
Dopo che ebbi letto alcune altre raccolte di saggi, iniziai a rivolgere il mio pensiero al suo “Ontogenesi e Filogenesi”. Per lungo tempo l’argomento non mi aveva mai attirato particolarmente: lo avevo sempre immaginato ostico, quasi troppo da specialisti e forse anche un po’ noioso rispetto all’incredibile fascino che avevano avuto su di me fino a quel momento tutti i suoi saggi e, più ancora, i primi due libri che avevo letto. Avevo quindi rinviato il momento per leggerlo aspettando l’ispirazione giusta. Capii che era arrivata quando un giorno, ripensando a quel libro, fui improvvisamente attraversato da un desiderio irrefrenabile di leggerlo. Mi aveva scosso un pensiero tanto banale quanto potente: e se Gould fosse stato capace di riservarmi una sorpresa anche su questo argomento? Come sarà riuscito a trattarlo? Avrà fatto un’altra delle sue magie narrative? Sentii che lui non poteva aver tradito la mia fiducia…. E fu un’ennesima rivelazione! Avevo studiato quegli argomenti all’università ma pareva che fino a quel momento non avessi capito nulla del mondo pazzesco che si celava dietro quell’aspra diatriba scientifica finché non fu Gould ad illuminarla con la sua genialità! Ogni volta le stesse emozioni che mi scuotevano come un’epifania! Arrivai, così, fino all’ultima raccolta di saggi della quale Gould curò l’edizione quando era già nuovamente malato (“I Have landed”), e fu ancora una volta una sorpresa commovente! Non sapevo, però, che l’apoteosi dovesse ancora arrivare. Ebbi l’occasione di sperimentarla quando mi infortunai un ginocchio (a posteriori ho pensato che sia stata una benedizione!!!) e dopo l’operazione rimasi in malattia per un mese…. a casa un mese intero…. e avevo da poco comprato “La struttura della teoria dell’Evoluzione”, l’opera che tutti hanno definito la sua “mostrografia”, il suo gigantesco testamento scientifico sulle sue idee sull’Evoluzione, 1700 pagine di Gould a tutto campo. Fino a quel momento non avevo ancora avuto il coraggio di affrontare il libro ma era arrivato il momento… Va beh, inutile dirlo, l’ho letto compulsivamente e divorato. Mi sentivo come un fiume in piena e riempii le pagine di annotazioni. Capitolo dopo capitolo, accumulai anche decine di fogli a parte di appunti e riflessioni. L’ho riletto a pezzi più volte di ogni altra sua opera, in alcuni momenti l’ho ripreso in mano anche solo per pochi giorni per il gusto di averlo sulle ginocchia e rileggere le sue parole capaci di ispirarmi sempre qualcosa… e sì, l’ho portato con me in alcuni anni come libro di vacanza… (ma si può?!).
Senza trasformare queste pagine in un mero elenco di tutte le sue opere, voglio piuttosto cercare di svelarvi lo stupore che ognuna di esse mi ha suscitato nell’arco di tutti i decenni che le ho lette. Chi altro, meglio di lui, poteva riuscire a tenere legati in una trama così feconda il suo tumore che lo stava uccidendo con considerazioni sul suo sport preferito, il baseball, traendone delle preziosissime riflessioni sul modo di funzionare dell’evoluzione e sui classici errori che si fanno quando la si fraintende banalizzandola? Eppure, su questo argomento ne ha fatto un altro libro meraviglioso! E che dire di quando decise di intervenire in modo diretto senza nascondersi sulla vessata quaestio del rapporto tra religione e scienza? Una moltitudine di scienziati l’aveva già fatto, ciascuno dando sfoggio delle sue più argute considerazioni, ma nessuno mai era riuscito a farlo con quella maestria, con quella stimolante pienezza e originalità!! Ed ecco un altro meraviglioso libro…
Questo era Stephen Jay Gould. Lui aveva una qualità rarissima: riusciva sempre a tenere insieme rigore scientifico, profondità storica, onestà intellettuale e una rara forma di compassione umana. Non spiegava solo l’evoluzione al suo vasto pubblico, per la maggior parte composto da persone “non addette ai lavori” (questo era proprio il suo più grande orgoglio!!), ma insegnava piuttosto come pensare. Il monito era di non fermarsi mai alle prime convinzioni, di andare oltre ed esplorare, ad esempio, l’immenso valore euristico dell’errore nella scienza o il peso della storia nella produzione delle idee. A distanza di quasi due decenni dal mio primo incontro con Gould ero arrivato al punto di aver letto praticamente tutto quello che era disponibile e rintracciabile in italiano, compresa appunto la lettura completa e ripetuta della sua “mostrografia”, così decisi di cercare in rete se ci fosse qualcos’altro che non conoscevo. Scoprii “Pikaia”, un sito online dedicato all’evoluzione il cui nome era ispirato proprio dalla straordinaria frase finale del libro di Gould che cambiò per sempre il mio pensiero, “La Vita meravigliosa”. Pensai immediatamente che non potesse essere una coincidenza e scrissi nella posta dedicata ai lettori se qualcuno avesse altre cose contenenti scritti di Gould diversi da tutte le raccolte di saggi e libri più noti. Una lettrice mi rispose che aveva una collezione di vecchi numeri della rivista “Airone” dove ricordava ci fossero ospitati numerosi articoli di Gould e me li regalò! Che dire…. era sempre lui, il solito meraviglioso e spumeggiante Gould che anche in quelle sedi “minori” era sempre altrettanto raffinato come nei suoi grandi libri, perché per lui la divulgazione non doveva e non poteva mai diventare sterile semplificazione, ma sempre responsabilità morale.
Vorrei terminare questa mia dedica alla sua memoria ricordando i due aspetti a mio avviso forse più sorprendenti della sua vita di uomo e di scienziato che più di altri hanno fatto vibrare le mie corde più profonde lasciando in me un segno indelebile. Sono due aspetti che mi hanno sorpreso più di tutte le altre tematiche da lui trattate perché lontani dalle sue specifiche materie di competenza, e proprio per questo più sorprendenti. Il primo aspetto riguarda il Gould impegnato socialmente. Egli non è mai stato un “politico” nel senso più deteriore e ideologico del termine, ma si è sempre sentito profondamente coinvolto nelle vicende della società in cui viveva con il forte senso civico di chi sente di dover fare la propria parte. Ecco perché non poteva che essere sua la più straordinaria e convincente discesa in campo per difendere la biologia come disciplina troppo spesso strumentalizzata e piegata da interessi politici personalistici per legittimare il potere. “Intelligenza e pregiudizio” non è solo uno dei suoi tanti libri monografici dedicati interamente ad un singolo argomento, ma è il più potente strumento scientifico di critica che io abbia mai letto, capace di demolire e smontare completamente qualunque presunto valore scientifico dei concetti sul razzismo biologico e l’innatismo. La forza di quel libro non stava solo nell’essere riuscito a far capire ai lettori in modo straordinariamente semplice ma profondo che l’errore più grande che si possa fare sarebbe quello di considerare quelle idee potenzialmente sensate solo nel periodo storico del passato nel quale sono nate perché, in realtà, erano comunque fattualmente sbagliate. Gould va anche oltre, ci illumina come solo lui ha saputo fare perché scava prima di tutto nella dimensione psicologica di tutti i personaggi esaminati nel libro riuscendo, poi, a fondere magistralmente questa dimensione che lui riteneva sempre fondamentale (amava ripetere che nessuno scienziato è scienziato e basta, siamo tutti prima uomini) con l’analisi puntuale dei loro dati scientifici, dimostrando quanto e come essi furono influenzati da convinzioni a priori e forti pregiudizi. Solo così capiamo perché queste idee sono state volute, a quali bisogni volevano rispondere, perché seducano ancora così tanto e, infine, perché a volte ritornino ciclicamente. Lessi questo libro quando ero già più adulto rispetto alle prime letture da studente universitario e l’incontro con quel testo fu non solo la svolta che stavo cercando su questo argomento ma anche la cosa interiormente più toccante che mi sia mai capitata leggendo un libro. Ricordo che mentre lo leggevo una voce dentro di me mi diceva: “Ecco….è questo quello che cercavo! È questa storia così raccontata e questa analisi così unica che mi mancava!” Ma il Gould forse più inatteso, e per questo ancor più ammirevole, emerge nell’altra sua grande battaglia civile, quella contro il cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Nel 1981 lo Stato dell’Arkansas approvò, quasi in sordina, una legge che imponeva alle scuole dello Stato di dedicare nei programmi didattici un trattamento equo all’insegnamento della teoria dell’evoluzione assieme a quella del cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Dietro le quinte di questa iniziativa si celava un gruppo di aderenti a un’organizzazione religiosa della California che usava argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di dimostrare letteralmente il racconto biblico della Genesi. Contro questa legge fu intentata una causa grazie all’American Civil Liberties Union (un’organizzazione americana per la difesa dei diritti civili che organizzò la difesa) che riunì un gruppo straordinariamente eterogeneo di ricorrenti, tra i quali genitori, insegnanti, membri di numerose altre confessioni religiose e alcuni scienziati di varie discipline. Tra questi fu chiamato a testimoniare in qualità di esperto di evoluzione Stephen Jay Gould. Lui non delegò ad altri il compito al quale era stato chiamato e andò in tribunale. La sua testimonianza fu strategicamente fondamentale perché riuscì a demolire la credibilità del creazionismo scientifico dimostrando che i suoi membri stavano usando una retorica ingannevole. Per farlo, Gould usò come argomentazioni alcuni dei suoi cavalli di battaglia già tante volte espressi nei suoi saggi e libri e lo fece senza arroganza, trattando gli avversari come cittadini eventualmente da convincere, non come nemici da attaccare e schiacciare. Lo fece con una chiarezza e semplicità disarmante, senza inutili tecnicismi per farsi comprendere dal giudice federale che doveva decidere sulla causa e che, alla fine del processo, dichiarò quella legge incostituzionale. In entrambi questi due ultimi esempi particolari, Gould ci insegna in modo magistrale che la scienza non deve essere usata né per giustificare presunte disuguaglianze tra le persone utili a cercare scorciatoie morali per giustificare certe azioni, né per avallare ed imporre dogmi per i propri interessi! Ecco perché l’ho amato e lo amo in modo così viscerale: perché lui personifica ciò che io avevo sempre voluto diventare; perché Gould si espose, perché rischiò, perché decise di perdere tempo e forse anche prestigio e serenità per qualcosa che in fin dei conti non gli serviva ma che riteneva giusto! Sono riuscito a trovare in rete la trascrizione del verbale di quel famoso processo e sono riuscito a leggere l’intera testimonianza originale che Gould rese in tribunale: un colpo di vero genio!
Si poteva respirare la bellezza dei suoi pensieri.
Non voglio aggiungere altro se non un’ultima riflessione a compendio intellettuale ed interiore del mio percorso lungo il sentiero di Gould. Credo che Steve rappresenti uno dei rarissimi esempi di coesistenza di eclettismo ed erudizione. Il suo eclettismo gli ha donato la capacità di muoversi con naturalezza tra discipline ed interessi diversi riuscendo sempre a cogliere collegamenti che nessun altro riusciva a vedere. Era eclettico non tanto e non semplicemente per i molti interessi che aveva ma più profondamente nel modo di ragionare. Ogni saggio o libro che parta da una partita di baseball, da un’opera di Mozart, da una caratteristica architettonica di una basilica, da un quadro fiammingo, da un’opera letteraria o da un fatto politico porta sempre il lettore, senza che se ne accorga, a discutere di profondi concetti di evoluzione, di contingenza, di selezione naturale o di storia della biologia. L’unicità del suo eclettismo era questa: non una semplice varietà di interessi ma la capacità affascinante di costruire inaspettati ponti concettuali! Ma Gould era senz’altro anche un erudito. Ce ne accorgiamo quando realizziamo che i suoi ponti concettuali non sono intuizioni improvvisate. Qualunque riferimento bibliografico non solo a tutti i personaggi più importanti delle sue discipline, ma anche a tutte le figure apparentemente minori o del passato anche al di fuori dei suoi ambiti specialistici (come potevano essere un Leonardo da Vinci o le centinaia di altri personaggi di ogni campo del sapere che sfilano nei suoi saggi) era sostenuto da una documentazione impressionante. Gould non solo verificava personalmente tutte le citazioni e i dettagli ma, cosa che più di ogni altra sua caratteristica mi impressionò lasciandomi un marchio indelebile, cercava sempre tutte le fonti nell’originale e molto spesso, laddove riusciva con il suo non trascurabile plurilinguismo, le leggeva nella lingua originaria dell’autore per avere la certezza di cogliere dalle sfumature dei termini la vera essenza dei loro ragionamenti!! Questa vastissima ed approfondita conoscenza che lo annovera di diritto tra gli uomini più eruditi del suo tempo era il risultato della quintessenza di ciò che in piccolo sentivo essere la voce più forte dentro me: il desiderio insaziabile di conoscenza che scaturiva da una curiosità indomabile. Ne emerge un uomo che aveva nell’eclettismo il suo modo più naturale di pensare e collegare i fatti più disparati, e nell’erudizione il fondamento rigoroso del suo metodo. Moltissimi altri scienziati sono stati prevalentemente o eruditi o eclettici ma nessuno, a mio avviso, era mai riuscito a fondere assieme entrambi questi aspetti espressi a livelli così eccelsi. Questa fusione ha dato vita in lui a quella dimensione che lui stesso dichiara essere sempre stata la sua vera diversità e che invita tutti i suoi lettori a ricercare. È un concetto ormai quasi scomparso ai nostri tempi, citato solo nei libri di scuola ma che si è reificato in lui: l’umanesimo rinascimentale. Ecco, Gould è stato forse l’ultimo dei grandi umanisti che la storia ci abbia regalato e proprio per questo, per questa sua infinita ed affascinante ricchezza non l’ho mai considerato solo un mio idolo, ma il mio maestro giacché un idolo banalmente si ammira e si imita; un maestro, al contrario, ti cambia il modo di guardare la realtà.
Ora, davvero un ultimo ricordo. Qualche anno fa mi capitò di fare un’ultima scoperta che mi emozionò profondamente. Cercando ancora una volta in rete qualcosa che non conoscessi di Gould, scoprii che in numerose università italiane erano state dedicate all’impatto della sua vastissima opera scientifica tesi di laurea non solo nei suoi campi di competenza della paleontologia, antropologia o biologia, ma persino in discipline come la filosofia, la linguistica e le scienze cognitive. Rimasi colpito non tanto dal loro numero, quanto dal fatto che discipline così diverse tra loro riconoscessero in lui un reale punto d’incontro fecondo. Questa è la concreta dimostrazione che la sua opera è stata effettivamente capace di abbracciare il sapere umano in tutta la sua ricchezza e diversità.
Non riesco ad immaginare un tributo più grande a Gould!
Confesso che provai persino un piccolo rimpianto leggendo quelle tesi. Immaginai, con un certo rammarico, quanto mi sarebbe piaciuto poter riavvolgere il nastro della mia vita per incontrare Gould prima, quando ero ancora all’inizio dei miei studi, e poter scegliere un percorso universitario nell’ambito della biologia evolutiva anziché della farmacologia. Avrei avuto così la duplice possibilità di arrivare alla laurea dopo aver letto tutte le sue opere e anche con un percorso di studi che mi avrebbe consentito di coronare il mio sogno: scrivere anch’io la mia tesi di laurea su Stephen Jay Gould. Poi mi sorpresi a sorridere pensando gouldianamente che non aveva senso desiderare di riavvolgere il nastro della mia vita per avere un inizio diverso, perché se avessi iniziato tutto da capo in modo diverso non avrei mai vissuto quello che sarebbe diventato il mio punto di svolta contingente: l’incontro con Federico in quel corridoio dell’Istituto Meneghetti.
Tutto ciò che io sono diventato, prima di tutto come persona e poi anche come scienziato (per quel poco che il corso della mia vita lavorativa dopo l’università abbia richiesto questa competenza), tutto ciò che ha alimentato la mia insaziabile curiosità quando ancora non sapevo di averla, il desiderio stesso di trovare una mia forma di eclettismo e la mia fortissima spinta ad affrontare il sapere in modo meticoloso, insomma, IO… il mio io di oggi è il risultato della mia contingenza, di quel mio primo incontro con Gould che, come una miccia, ha innescato la mia trasformazione e fatto esplodere tutto il resto.
Grazie di cuore Steve per aver reso la mia giovinezza una VITA MERAVIGLIOSA!!